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venerdì 29 gennaio 2016

Carnevale e...cenci

È impossibile non amare il Carnevale, solo per il fatto che è una festa che fa parte dei nostri ricordi fanciulleschi.
Il Carnevale piace anche per il bastimento carico di dolci che porta con sé: sono tantissime le ricette di dolci di Carnevale della tradizione italiana. I più noti e diffusi lungo tutta la penisola sono sicuramente le chiacchiere, che cambiano nome a seconda delle regioni: sono dette cenci in Toscana, sfrappole in Emilia; bugie in Liguria e a Torino; crostoli in Friuli, Trentino e parte del Veneto; galani a Venezia e Verona; frappe a Roma. A seconda del luogo di produzione vengono aromatizzate con Marsala, acquavite, acqua di fiori d’arancio. Oltre che con zucchero a velo le troviamo anche ricoperte da miele, cioccolato, mascarpone zuccherato o bagnate con alchermes. La forma è quella di una striscia che può essere anche annodata per formare dei piccoli fiocchi.
L’origine delle chiacchiere è da ricercarsi in tempi molto remoti. Già gli antichi romani erano soliti preparare dolci fritti per festeggiare i saturnali (festività corrispondenti all’odierno carnevale). Tali dolci prendevano il nome generico di frictilia e, durante i festeggiamenti venivano distribuiti alla folla che in massa si riversava per le strade. Grazie alla facilità di preparazione era possibile cuocerne grandi quantità in breve tempo così da non lasciare nessuno a bocca asciutta.


Ecco la nostra ricetta dei cenci maremmani:
4 uova
50 grammi di zucchero (per l’impasto)
50 grammi di burro fuso
Farina q.b.
Scorza grattugiata di un’ arancia
Mezza bustina di lievito per dolci.
Zucchero q.b
Olio di semi di girasole per friggere

Fate una fontana con un pò di farina e il lievito al cui centro metterete il burro, le uova, la scorza d’arancio e lo zucchero. Impastate il tutto e aggiungete farina all’occorrenza fin quando l’impasto non diventerà liscio ed omogeneo. Stendete l’impasto fino a ridurlo ad uno spessore di circa 3 mm. Tagliare con il coltello dei rettangoli irregolari. Friggeteli in olio bollente ed una volta pronti adagiateli sulla carta assorbente. Poi ricoprite con lo zucchero.
Ed ecco pronti i nostri cenci maremmani...Buonissimi anche freddi, ma irresistibili fumanti appena fatti
E ancora più gustosi se preparati, cucinati e mangiati in famiglia o con gli amici !

domenica 17 gennaio 2016

Benedizione degli animali, dei mezzi agricoli e dei prodotti della terra

Il lungo periodo che prelude alla Primavera un tempo era contrassegnato da cerimonie di purificazione per uomini, animali e campi, per propiziarsi la buona sorte e il rinnovamento della natura. La più importante festa lustrale e fecondante è quella di Sant'Antonio Abate, il patrono delle creature a quattro zampe, della stalla, degli animali domestici, del fuoco, del contadino. Il 17 gennaio si portavano gli animali sul sagrato della chiesa per la benedizione, oppure passava il prete a benedire le stalle, o, quanto meno, si andava a messa di buon mattino per prendere qualche panino benedetto per gli animali e i nuovi santini da appendere nella stalla. La tradizione deriva dal fatto che l'ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all'interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant'Antonio (sfogo pruriginoso della pelle simile alla varicella). I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella.
Inoltre, sulla base di antiche leggende, durante la notte di Sant’Antonio Abate agli animali è data la facoltà di parlare. Ma i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

Oggi, quindi, si ripeterà la tradizionale benedizione, e gli animali lasceranno stalle, fattorie, case per invadere le piazze di paesi e città per la consacrazione.
Una tradizione radicata anche sul territorio grossetano, come dimostrano le tante realtà parrocchiali nelle quali è tenuto vivo questo gesto.


lunedì 16 dicembre 2013

I Butteri di Maremma

Per scoprire la vera Maremma è indispensabile passeggiare nei boschi, attraversare i pascoli e i campi coltivati, incontrare una mandria di vacche e di cavalli maremmani allo stato brado e governati dal Buttero.


Il Buttero è un pastore a cavallo. Il nome deriva dal latino boum-ductor, conduttore di buoi o dal greco bùteros: bus, bue e teròs, pungolo.
Il buttero cavalca abitualmente il cavallo tipico della Maremma, un maremmano. La sella caratteristica è la scafarda. L'abbigliamento è costituito da calzoni di fustagno, cosciali, giacca di velluto, cappello nero. Si protegge dalla pioggia con un mantello di grandi dimensioni, detto pastràno.
In mano tiene la mazzarella, un bastone impiegato per stimolare buoi e cavalli.

Quando la Maremma era ancora divisa tra i latifondisti, il compito del buttero era quella di domare il bestiame che viveva in libertà in campagna. Gli animali da domare erano la robusta vacca maremmana dalle lunghe corna a forma di lira, ed il forte cavallo maremmano; ambedue gli animali razze ideali per sopravvivere nelle paludi.
La giornata del buttero cominciava prima del levar del sole quando si recava ai mandrioli per prendere la cavalcatura che poteva scegliere tra le tre o quattro a sua disposizione. Il lavoro vero e proprio si svolgeva poi nei grandi recinti dove pascolavano i branchi di bestie da dover controllare, contare, spostare ed eventualmente recuperare nella folta macchia mediterranea che il buttero doveva conoscere a menadito. Non vi erano giornate facili, ma in alcuni momenti dell' anno il lavoro si faceva ancora più duro, erano questi i periodi delle "figliature", della "spocciatura", della merca e della doma dei puledri bradi
Il buttero è sempre stato una figura insostituibile nelle aziende dove pascolavano vacche e cavalli allo stato brado. Oggi appartiene all'immaginario collettivo della Maremma, é il simbolo di questa terra antica, custode dei millenari segreti del suo mestiere.

Di questa figura mitica del buttero è oggi cresciuto molto interesse per cui in tutti i centri della Maremma sono sorte associazioni che hanno lo scopo di valorizzare e promuovere tutto ciò che gira intorno al mondo del cavallo. Queste associazioni, danno vita ad un vero e proprio campionato dei butteri che si articola in gare di abilità che sono le gimcane e la MERCA a terra dove il vitello preso con la LACCIARA viene poi immobilitato senza alcuna violenza sull’animale, ed eseguono una "merca simulata".
L’idea base di questa iniziativa è quella di far esibire i butteri e divertire il pubblico con quello che ieri e ancora oggi è stato ed è un duro lavoro, facendolo diventare spettacolo.

Omaggio a Giovanni Travagliati l'ultimo buttero della Maremma, dal Film "La Leggenda dei Butteri"


venerdì 29 novembre 2013

Vocabolario italo-maremmano


Ma come siete simpatici voi maremmani !!! .....Quante volte ve lo siete sentiti dire ?
Spesso, però, i nostri ospiti non capiscono a pieno il senso delle nostre parole o battute. Così, non esistendo, purtroppo, un vocabolario italiano-maremmano,  abbiamo provato a creare un elenco dei termini di uso più comune in Maremma...... naturalmente sono gradite aggiunte e suggerimenti !

Bercio (sost. maschile): Urlo; grido.
Biasciare (verbo): Masticare, ruminare.
Billo (sost. maschile): Tacchino.
Boncìtto (agg.): Bravo, buono.
Buzza/o (sost. maschile): pancia.
Cagna (sost. femminile): Fiacca, stanchezza, svogliatezza.
Cencio (sost. maschile): straccio, strofinaccio.
Chiorba (sost. femminile): testa. Es. “Ho battuto una bella chiorbata!” (Ho battuto una bella testata!) Ciacciare (verbo): ficcare il naso negli affari altrui.
Ciancicare (verbo): Masticare svogliatamente.
Cignàle (sost. maschile): Cinghiale.
Citto, -a (sost.): Bambino/a
Cécce (sost. maschile): Sedere, es. “Vieni a cécce!” (Vieni a sedere!)
Conìgliolo (sost. maschile): Coniglio.
Dòdo (agg.): sdolcinato.
Labbrata (sost. femminile): forte schiaffo dato sulla bocca con il dorso della mano
Lèrnia (sost. femminile): Assillante, noioso, es. “Sei una lernia!”
Marmato (agg.): Freddo; ghiaccio come il marmo. “C’ho i piedi marmati”.
Mèglio! Ma meglio!: Esclamazione usata per rispondere negativamente con forza ad una domanda. Es. “Vieni al cinema?” Risposta: Ma meglio!” (Decisamente no!)
Pròda (sost. femminile): Margine; estremità , es. “stare alla pròda della strada”.
Punto: Nessuno, alcuno. “Non ha punta voglia di studiare”
Poventa (avv.): Al riparo dal vento
Ruzzare (verbo): Giocare.
Sciabordìto (agg.): Chi ha poco cervello.
Smadonnare (verbo): Bestemmiare.
Strullo (agg.) Sciocco.
Sortire (verbo): Uscire.
Tonfo (sost. maschile): botta; rumore; caduta. “Ho battuto un bel tonfo” Uscio (sost. maschile): Porta.

giovedì 21 novembre 2013

Leggende di Maremma...la Bissantola

Una volta in Maremma i contadini si alzavano prima dell'alba per andare a lavorare nei campi. ma, al risveglio non sempre si sentivano in piena forma.
La mancanza delle forze necessarie per affrontare la lunga e faticosa giornata di lavoro nei campi rappresentava un grande problema. Una delle pratiche più diffuse per ritrovare l'energia, era mettersi davanti la porta di casa e fare per tre volte il segno della croce, recitando tre padre nostri.
Se, nonostante la preghiera le forze non tornavano, si  ricorreva un rituale, più difficile e complesso, ma, secondo le leggende popolari, sicuramente più efficace.
Si correva nel pagliaio e, tra il fieno e il grano, si cercava una "Bissantola", ossia un ragno con la pancia tonda e le zampette lunghe lunghe.
Una volta trovata, si metteva sul palmo della propria mano e si recitavano questi versi:





Bissantola, bissantola
dammi l'acqua santa
o ti strappo una zampa







Così, se la Bissantola sfregando il muso sul dorso della mano rilasciava una goccia d'acqua si era certi che, facendo il segno della croce con quella, tutta la stanchezza sarebbe presto passata lasciando il posto alla forza necessaria per affrontare un'altra giornata di duro lavoro nei campi.